Leggere la Tradizione

IL BARONE E L'EGEMONIKÒN.

La responsabilità pubblica del "Vir" in Evola.

Estratto da "Arthos" n. 16 del 2008, Edizioni Arŷa.

 

"Roma fu una realtà simultaneamente materiale e spirituale, un ideale completo e splendente, isolato che si accetta o non si accetta, e che si ribella ad ogni tentativo di piegarlo nel giuoco di un'arbitraria dialettica progressistica; fu la potenza augustea sorta ad 'avere l'imperio del mondo, ad imporre leggi di pace e dar perdono ai vinti e morte alle superbe genti' (Virgilio, Eneide, VI, 852-854) al cui vertice sta tuttavia la religione dei Misteri, la morale di autarchia degli stoici e dei napoleonici, la civilizzazione luminosa dell'ellenismo che essa seppe diffondere per tutto il bacino mediterraneo nella 'pax romana, augusta et profunda' propiziata dalle sue legioni". (Julius Evola, Imperialismo Romano).


È una frase a mio giudizio bellissima, sembra provenire dai Mani di Scipione Maggiore per tracciare con il suo gladio un solco netto nell'aria e proteggere Roma dai suoi aspiranti successori cartaginesi. Per certi versi è così. Oltretutto questo di Evola è un richiamo preciso alla funzione non più soltanto interiore e per così dire "privata" dell'autarca stoico. Qui l'egemonikòn è l'esemplare vivente di una morale discesa dalla religione dei Misteri e collegata alla teurgia neoplatonica.

Come il cardine immobile di una porta bronzea che oscilla secondo la legge del Fato. Un giorno questa porta sbatterà violentemente sospinta da un vento asiatico, socchiudendo un mondo intero alla percezione dell'uomo superficiale. Nondimeno, ecco un punto essenziale, il suo cardine rimarrà al proprio posto, pronto ad ospitare il movimento contrario. Tutto sta a capire in profondità che cos'è questo cardine e a rendersi simili e esse, alla sua verticalità immobile.




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